LA STORIA SIAMO NOI/ Noi, che vinciamo anche senza vincere. Perché siamo NAPOLI

“Per quanto tu possa essere razionale, ci sarà sempre una favola alla quale finirai per credere”. Il calcio è una di queste. A Napoli, ancor di più. Perché a Napoli il calcio travalica spesso il confine della logica, arrivando a raccontarci storie bellissime, non per forza con il lieto fine. In questa rubrica del lunedì proveremo a ripercorrere i momenti topici del calcio partenopeo, andando a sbirciare dietro le quinte del palcoscenico verde per comprendere a fondo la magia di questo sport tanto amato. Per far capire cosa è il Napoli, cosa rappresenta per milioni di tifosi che di generazione in generazione lo venerano. Con la speranza di tramandare le sue storie, affinché non se ne perdano mai le tracce. Buona lettura.

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“Da quando nasci a quando muori c’è una sola domanda a cui darai sempre la stessa risposta. Per quale squadra tifi?”: è uno dei pochi insegnamenti che ho veramente recepito bene da mio padre. Lui che, nato negli anni ’40, ha vissuto varie epoche del Napoli, attraversandole in maniera trasversale senza mai cambiare idea sulla sua fede calcistica. Anche quando la squadra retrocedeva in Serie B (è successo spesso, purtroppo). Il suo lavoro lo portava spesso fuori casa, erano quindi rarissime le occasioni in cui poteva portare me e mio fratello allo stadio. La prima volta, come in tutte le cose, non si dimentica mai: domenica 2 ottobre 1994, al San Paolo si giocava Napoli-Padova. In vantaggio di tre gol, gli azzurri di Guerini si fecero recuperare fino al 3-3, con annessa papera di Taglialatela nei minuti finali della partita. Eravamo nei Distinti, dopo il pareggio di Pippo Maniero (sigh!) venne giù di tutto. Fu in quel momento che capii: sarebbe stata una vita di sofferenza. E proprio per questo ancor più bella.

Da quel giorno, sarò mancato allo stadio forse cinque volte in tutto, e sempre per motivi estremi di salute. Ma confesso che una volta ci andai anche con un 38° di febbre che, al momento dell’uscita di casa, mascherai alla perfezione con mia madre e grazie all’aiuto di mio fratello: avevamo due termometri, quando mi tolsi quello che segnava la reale temperatura le consegnai l’altro che invece portava 36°. Per farvi capire fino in fondo: ero uno di quei famosi 83 paganti di Napoli-Cremonese, ultima partita del campionato di Serie B 1998-’99.

In questi 22 anni sono state tante le domeniche tristi cui hanno fatto seguito settimane pesanti e travagliate. Ho vissuto il record negativo di punti in Serie A (14, stagione 1997-’98), due retrocessioni in B, una salvezza risicata dalla Serie C, dove poi ci condusse comunque il fallimento del 2004. Ecco: quel mese di agosto, invece di andarmene al mare come tutti i miei amici avevano fatto, decisi di restare in città. Ad aspettare che si compisse l’atroce destino che era ormai scritto. Non ci fu nulla da fare, ma ripartire dagli inferi della terza serie è stata secondo me una sorta di depurazione. E in ogni caso, per quanto mi riguarda (ed è sempre stato così), Napoli-Vis Pesaro ha lo stesso sapore di Napoli-Arsenal.

Forse perché, quando salgo su per le scale che portano agli spalti dello stadio, mi viene in mente sempre quell’insegnamento di mio padre. E anche se, per diritto acquisito di ogni tifoso napoletano, sono costretto a una vita di sofferenza, la cosa non mi dispiace. Gli altri hanno bisogno di lustrini e trofei per sentirsi importanti. Noi tifosi del Napoli no. Per il sol fatto di essere napoletani, abbiamo già vinto. E tanto mi basta.

 

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