LA STORIA SIAMO NOI/ Quel maledetto autogol che fece svanire il sogno scudetto sei anni prima di Diego

NAPOLI PERUGIA AUTOGOL - ”Per quanto tu possa essere razionale, ci sarà sempre una favola alla quale finirai per credere”. Il calcio è una di queste. A Napoli, ancor di più. Perché a Napoli il calcio travalica spesso il confine della logica, arrivando a raccontarci storie bellissime, non per forza con il lieto fine. In questa rubrica del lunedì proveremo a ripercorrere i momenti topici del calcio partenopeo, andando a sbirciare dietro le quinte del palcoscenico verde per comprendere a fondo la magia di questo sport tanto amato. Per far capire cosa è il Napoli, cosa rappresenta per milioni di tifosi che di generazione in generazione lo venerano. Con la speranza di tramandare le sue storie, affinché non se ne perdano mai le tracce. Buona lettura.

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Primi in classifica, a cinque giornate dalla fine: nemmeno il più pessimista dei tifosi avrebbe potuto pensare ad un epilogo per certi versi tragico. Proprio così: forse i più giovani non sanno che, sei anni prima del trionfo di Maradona, il Napoli andò vicinissimo a vincere il suo primo scudetto. Era il campionato 1980-’81: gli azzurri erano guidati in panchina da Rino Marchesi, il mercato non fu altisonante; ai piedi del Vesuvio arrivarono Nicolini, Pellegrini III e Marangon. Poi la riapertura delle frontiere portò a Napoli Rudy Krol: l’olandese, considerato un nobile decaduto, arrivò a settembre per il rotto della cuffia. Dopo essere stato una colonna dell’Ajax di Cruijff e della Nazionale olandese, era andato a giocare in Canada, al Vancouver. La chiamata del Napoli lo inorgoglì: il campionato italiano era considerato, all’epoca, uno dei più belli e dei più difficili.

Ma l’arrivo di Krol sortì numerosi effetti: ravvivò l’entusiasmo della piazza, innanzitutto. In pochi giorni furono sottoscritti numerosi abbonamenti, con il San Paolo che si presentava quindi sold out quasi ad ogni partita. Dal punto di vista tecnico-tattico, il difensore olandese tolse parecchie castagne dal fuoco alla squadra. La sua visione di gioco contribuì in maniera decisiva ai successi partenopei di quella stagione. Stagione che, però, non iniziò proprio benissimo. Il Napoli iniziò a girare bene solo a partire dalla trasferta di Firenze, vinta grazie ad un gol di Musella. Da quel momento gli azzurri iniziarono una scalata fatta di 14 risultati utili consecutivi, entrando stabilmente nelle zone nobili della classifica. Nemmeno il terremoto societario – con il dg Juliano che si dimise per contrasti con il presidente Ferlaino (che aveva confermato Marchesi, inviso a Juliano, anche per la stagione successiva) – riuscì a scalfire il cammino della squadra.

NAPOLI PERUGIA AUTOGOL, IL DESTINO SI PRESE GIOCO DEGLI AZZURRI

Così il 12 aprile 1981, grazie alla vittoria in trasferta contro il Torino e al pareggio della Roma, il Napoli si ritrovò primo in classifica. A cinque giornate dal termine del campionato e con un calendario estremamente favorevole. La domenica successiva infatti, gli azzurri avrebbero ospitato al San Paolo il Perugia ormai retrocesso, mentre a Roma e Juventus, le due contendenti dello scudetto, toccavano Ascoli e Udinese, impegnate in una serrata lotta per non retrocedere.

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Quella domenica il San Paolo presentò il suo abito migliore: un colpo d’occhio eccezionale, con 80 mila spettatori pronti a celebrare una vittoria che sembrava già acquisita. Ma nel calcio, si sa, non c’è nulla di già scritto. Così, dopo soli sessanta secondi di gioco, il Perugia andò in vantaggio. Cross di Di Gennaro dalla sinistra, intervento di Ferrario in area di rigore e palla che finisce in rete alle spalle di un incredulo Castellini. A Fuorigrotta dovette passare qualche minuto prima di riprendersi dallo shock. Ma diavolo: c’era una partita intera da giocare, vuoi vedere che due gol a questo derelitto Perugia non si riescono a fare?

Fu proprio così. Da quel momento, iniziò un vero e proprio assedio nella metà campo della squadra ospite. Il Napoli colpì addirittura tre pali. Il portiere degli umbri, tale Malizia, si trasformò in una sorte di super eroe per la sua squadra. Parate su parate, saracinesca abbassata e i minuti che passavano inesorabili. L’assedio fu vano: nemmeno i 12 calci d’angolo conquistati dagli azzurri servirono a cambiare il risultato. E, alla fine della partita, il Napoli, da una possibile fuga in avanti verso lo scudetto, si ritrovò addirittura al terzo posto.

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Per anni e anni Moreno Ferrario raccontò di aver passato notti insonni ripensando a quell’autogol. “Chiudevo gli occhi, ma rivedevo sempre quel cross e il mio tiro che finiva nella porta sbagliata”. Per stemperare la tensione, sua moglie disse: “Per un giorno è uscito dall’anonimato”. Si rifarà qualche anno più tardi. Al termine di quella sfortunata stagione, un giornale titolò: “Lo scudetto è un mare che non bagna Napoli”. Questione di tempo. Evidentemente, il destino tricolore dei partenopei non era ancora stato scritto. L’arrivo di Diego sistemerà poi le cose. Ma, chi c’era quel pomeriggio del 12 aprile 1981, non dimenticherà mai una tragedia sportiva come poche nella storia del calcio.

 

 

 

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