Nuovi stadi in Serie A: Juve e Udinese hanno due gioielli, a Napoli il futuro del San Paolo è in alto mare

Nel calcio moderno, avere uno stadio di proprietà è fondamentale per competere ad altissimi livelli. L’esempio lampante, in tal senso, arriva dal Bayern Monaco: l’Allianz Arena incide per oltre il 50% nel fatturato del club tedesco, che da quando ha lasciato il vecchio Olimpiastadion, ha avuto nuova linfa grazie alle entrate che l’impianto assicura ogni anno. L’Allianz Arena è un modello di architettura moderna, eco sostenibile e generatore di profitti. Convention, alberghi, tour guidati, un parcheggio sotterraneo che è il secondo più grande d’Europa: i tedeschi, si sa, fanno le cose per bene. La costruzione del nuovo impianto, avvenuta in un quartiere periferico di Monaco, ha di fatto rivalutato la periferia in cui è sorto: grazie ad esso sono state infatti costruite nuove infrastrutture come strade, autostrade e metropolitane. Un veicolo di ricchezza per l’intera città quindi, e non solo per il club che lo ha tirato su.

Il Bayern, sotto questo punto di vista, è al top in Europa. Ma anche altrove non mancano esempi fulgidi di grandezza. A Manchester ci sono l’Old Trafford e l’Ethiad Stadium; a Londra, grazie all’Emirates Stadium, l’Arsenal riesce ogni anno a competere ad altissimi livelli e a giocare praticamente sempre la Champions League. Anche in Spagna, dove ad esempio il Camp Nou e il Santiago Bernabeu sono impianti storici e datati, si è riusciti a convertirli in macchine da soldi, generatrici di profitti e di nuove entrate economiche per i club. E in Italia? Dopo i disastri del Mondiale organizzato nel 1990, solo due impianti sono stati riammodernati completamente. La Juventus ha abbattuto il vecchio Delle Alpi, costruendo da zero il nuovo Juventus Stadium, un gioiello grazie al quale i bianconeri hanno rapidamente cambiato marcia, sia dal punto di vista sportivo che sotto l’aspetto economico. All’Udinese i Pozzo, nel giro di due anni e mezzo, hanno rifatto completamente il Friuli, ribattezzato oggi Dacia Arena. A Roma l’Olimpico, seppur in là con l’età, risulta uno stadio con cinque stelle Uefa, grazie al Coni – proprietario dell’impianto – che ogni anno spende fior di quattrini per lavori ordinari e straordinari. E poi c’è il progetto di James Pallotta: entro qualche anno, anche la Roma potrebbe avere il suo impianto di proprietà, pur tra mille difficoltà burocratiche. A Milano lo stadio San Siro è stato teatro dell’ultima finale di Champions League, confermandosi impianto al top per l’Uefa. Il Milan aveva nei progetti la costruzione di un proprio impianto al Portello, poi bocciato. Per ora si resta al Meazza, condiviso con l’Inter. Ma il futuro ha una strada tracciata da tempo: se i grandi club italiani vogliono tornare a competere con quelli stranieri, bisognerà avere stadi di proprietà, in grado di assicurare ingenti profitti economici.

Napoli, come spesso accade, si sottrae ad ogni logica. All’inizio del suo primo mandato, Luigi De Magistris annunciò la costruzione di un nuovo stadio; l’idea di Ponticelli come teatro dell’impianto è naufragata però sul nascere. Così si è virato su un restyling del San Paolo: scelta coraggiosa, date le condizioni in cui versa il gigante di Fuorigrotta. Il Napoli sembra ormai essersi tirato fuori da ogni discorso, dopo che il progetto di riqualificazione del club – che prevedeva l’abbassamento del numero di spettatori a 41 mila – è stato bocciato dalla giunta comunale. A Palazzo San Giacomo allora hanno chiesto e ottenuto un mutuo dal Credito Sportivo del Coni: 25 milioni di euro per fare i lavori più urgenti. Bagni, impianti elettrici, seggiolini, copertura. Una rinfrescata che però non sarà sufficiente a mettere il San Paolo nella condizione di competere ad alti livelli. Il Napoli, in attesa di questi lavori, nicchia. Ma ora, con la riconferma di De Magistris come Sindaco della città, De Laurentiis dovrà obbligatoriamente sedersi a tavola e discutere del futuro del San Paolo.

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