LA STORIA SIAMO NOI/ Goran Vlaovic dalla guerra al Padova, passando per la malattia e il gran rifiuto al Napoli

“Per quanto tu possa essere razionale, ci sarà sempre una favola alla quale finirai per credere”. Il calcio è una di queste. A Napoli, ancor di più. Perché a Napoli il calcio travalica spesso il confine della logica, arrivando a raccontarci storie bellissime, non per forza con il lieto fine. In questa rubrica del lunedì proveremo a ripercorrere i momenti topici del calcio partenopeo, andando a sbirciare dietro le quinte del palcoscenico verde per comprendere a fondo la magia di questo sport tanto amato. Per far capire cosa è il Napoli, cosa rappresenta per milioni di tifosi che di generazione in generazione lo venerano. Con la speranza di tramandare le sue storie, affinché non se ne perdano mai le tracce. Buona lettura.

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“Nei Balcani viene condotta una guerra mondiale nascosta, poiché vi sono implicate direttamente o indirettamente tutte le forze mondiali”: lo disse, a cavallo degli anni ’90, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan. Una guerra che all’epoca vedevamo solo in televisione, ma che si combatteva a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste. Un conflitto che ha segnato l’esistenza di tanti giovani della ex Jugoslavia, influendo pesantemente sul loro futuro. Anche il calcio pagò un debito altissimo; proprio quel calcio che – ironia della sorte – anni prima il capo dello Stato jugoslavo, il dittatore Tito, aveva invocato affinché riuscisse a tenere unita la patria. Un’apologia inutile, visto come sono andate poi le cose. Un Paese che è stato infine diviso in tanti Stati, ma che comunque ha continuato a produrre, sotto l’aspetto calcistico, tantissimi talenti. Uno di questi era sicuramente Goran Vlaovic.

Vlaovic nacque a Nova Gradiška, nell’attuale Croazia, il 7 agosto 1972: sin da subito se ne intravidero le qualità tecniche. Per molti era un predestinato, e la sua carriera, anche a causa di un male oscuro, non gli ha regalato quanto avrebbe certamente meritato. Nel 1989 debutta in prima squadra nell’NK Osijek, la compagine che lo aveva visto muovere i primi passi da calciatore: 11 gol in 24 presenze lo mettono subito in luce agli occhi dei grandi club europei. Ma, nel 1991, la guerra focalizzava qualsiasi attenzione nella penisola balcanica; così Vlaovic dovette appendere le scarpe al chiodo e restare fermo un anno per eseguire il servizio militare. Eppure il richiamo del calcio era più forte di qualsiasi cosa: l’anno successivo, siamo nel 1991, la Dinamo Zagabria si ricorda di quel ragazzo che in precedenza aveva stregato tanti talent scout, e decide di tesserarlo. Risultato? 61 gol in 81 presenze, conditi dalla vittoria di un campionato e di una coppa di Lega croata.

Il 1994 è l’anno della svolta definitiva: a 22 anni Vlaovic prova il grande salto, venendo ingaggiato in Serie A dal Padova che, proprio quell’anno, si era ripresentato nella massima serie dopo un’assenza di ben 32 anni. Una neopromossa per testare le proprie attitudini: la scelta poteva sembrare azzardata, e stava per diventarlo. La prima parte di stagione fu dura. Vlaovic vide poco il campo, l’allenatore, Mauro Sandreani, vide poco lui. Ma il ragazzo aveva scorza dura, la guerra l’aveva forgiato; non si arrese, e nel finale di stagione il suo apporto divenne decisivo per la salvezza della squadra: mise a segno 6 reti fondamentali per raggiungere l’obiettivo. L’anno successivo è quello della consacrazione: il Padova questa volta non riesce a salvarsi, ma Vlaovic rimase il valore aggiunto della squadra che provò fino all’ultimo a evitare la B. Alla fine della stagione metterà a segno 12 gol, richiamando su di sé le attenzioni dei grandi club.

Il Napoli, in quegli anni, non se la passava propriamente bene. Il post Maradona era stato duro e i suoi effetti negativi si facevano ancora sentire. Al timone del club c’era quel Corrado Ferlaino che sapeva riconoscere un talento anche ad occhi chiusi. E con Vlaovic ci aveva visto un’altra volta giusto: gli fece firmare un contratto a stagione ancora in corso – all’epoca si poteva – aspettando poi il termine del campionato per chiudere un facile accordo con il Padova, che non avrebbe potuto trattenere il giocatore in Serie B. A questo punto però, succede l’imponderabile: alla fine della stagione il Valencia chiama Vlaovic per sapere se fosse interessato a un trasferimento in Spagna. Con annessa proposta economica importante: il croato non esitò un momento, mise da parte il contratto già firmato con il Napoli e si trasferì a mangiare paella sulle spiagge valenciane. Apriti cielo.

Uno smacco tremendo per l’Ingegnere. Che infatti non rimase a guardare: il Napoli fece ricorso alla Fifa, forte del contratto sottoscritto da Vlaovic, chiedendo che fosse rispettato o in alternativa che il calciatore venisse squalificato per tre anni. Non ci fu niente da fare: l’attaccante si trasferì al Valencia, dove mise a segno 17 gol in 73 partite. Vinse una Coppa Intertoto, una Coppa del Re e la Supercoppa di Spagna; ma quegli anni furono importanti anche per il suo apporto in Nazionale. Con la Croazia disputò i Mondiali del 1998 in Francia, segnando il secondo gol nella vittoria per 3-0 contro la Germania ai quarti di finale. L’avventura si concluse con un magnifico terzo posto. Nel 2000 arrivò il trasferimento al Panathinaikos, il tempo di vincere campionato e Coppa di Grecia e poi il ritiro, nel 2004, a 32 anni. Ancora giovane, ma provato dai segni di una malattia che lo ha accompagnato per tutta la sua carriera: “Ipertensione endocranica benigna”, era stata questa la diagnosi ai tempi del Padova. In buona sostanza, un eccesso di liquor nelle meningi che gli provocava delle cefalee atroci: ha lottato come un leone, nonostante mal di testa incredibili. In fondo, per uno che ha vissuto l’infamia della guerra, cosa volete che sia…

 

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