La rivoluzione silenziosa di Carlo Ancelotti

Nella patria dell’isteria e della polemica ad ogni costo, è arrivato un signore che sta cercando di inculcare nell’ambiente partenopeo un nuovo modo di vedere le cose: con più calma, pacatezza e sensibilità. Caratteristiche che sono insite nel personaggio e che sono state limate nel corso degli anni, grazie all’esperienza – fatta soprattutto di vittorie – accumulata in ogni angolo d’Europa. 

Così, quella che Ancelotti sta portando avanti a Napoli, può essere definita una vera e propria rivoluzione silenziosa, sebbene le due parole possano sembrare antitetiche. La normalità che sale al potere, senza roboanti dichiarazioni di prese di palazzi e di battaglie da combattere. Piuttosto analizzare i fatti e aguzzare l’ingegno. Partiamo dal primo aspetto: molti si sono chiesti, durante l’estate che sta scivolando via, per quale motivo il tecnico non abbia puntato i piedi per fare in modo che la società acquistasse almeno un top player. La risposta, sempre la stessa ed espressa a più riprese, l’ha data lo stesso Ancelotti. Ed è riconducibile ad un concetto allo stesso tempo semplice (può sembrare addirittura banale) e difficile da capire: fiducia. Quella che l’allenatore ha avuto sin dal primo momento nella squadra che gli è stata consegnata. Che è poi sostanzialmente quella che ha messo insieme i 91 punti della passata stagione, arricchita da operazioni di mercato che somigliano tanto ad incisioni chirurgiche. La base – sostanzialmente è questo il ragionamento di Ancelotti – è ottima: terreno fertile su cui impiantare le proprie idee, la propria filosofia di gioco, soprattutto la propria conoscenza del calcio. E del calcio inteso nel momento clou di tutta la vicenda: la partita. Perché è chiaro che durante la settimana si possono preparare i calciatori ad affrontare le varie strategie di gioco; ma è altrettanto chiaro che durante la partita si possono verificare eventi imprevisti e situazioni improvvise: la capacità di governare la nave in quei momenti fa la differenza. Ed Ancelotti, in 180 minuti, ha dato sfoggio di tutta la sua bravura in questo aspetto, cambiando l’inerzia di partite che in qualche modo sembravano già segnate. Dinanzi alle difficoltà non fa una piega, consapevole della sua forza e delle sue capacità. Grazie alle quali è certo di riuscire a trionfare anche a Napoli.

NORMALIZZATORE

Normalità dunque, questa sconosciuta. Come nel caso di Sebastiano Luperto, mandato in campo senza troppe remore nel momento cruciale della partita con il Milan. Una cosa normale, appunto, e che non abbiamo mai visto durante la passata gestione. Così come mai abbiamo visto il Napoli passare dal 4-3-3 prima al 4-2-3-1 e poi al 4-2-4 addirittura. Con Mertens schierato nel ruolo di trequartista con ordine di attaccare soprattutto a sinistra, dove insisteva anche Insigne. E con la coraggiosa sostituzione di Zielinski con Diawara, necessaria in quel momento a dare sostanza e ordine al centrocampo. Nemmeno a dirlo, proprio dal centrocampista guineano è partito il filtrante che ha messo Allan in condizione di servire Mertens per il 3-2 definitivo.

Nel calcio moderno, saper leggere le partite e le situazioni che da esse hanno origine è fondamentale. Così come è fondamentale avere una rosa larga e competitiva se si vogliono raggiungere determinati obiettivi. Unire queste due attitudini è la chiave del successo, e il Napoli sembra essere  finalmente in grado di poterlo fare. Con una strada tracciata e una rivoluzione appena iniziata. Senza troppi casini, però.

Vincenzo Balzano

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