LA STORIA SIAMO NOI/ Quando bastarono cento lire per battere una squadra miliardaria…

“Per quanto tu possa essere razionale, ci sarà sempre una favola alla quale finirai per credere”. Il calcio è una di queste. A Napoli, ancor di più. Perché a Napoli il calcio travalica spesso il confine della logica, arrivando a raccontarci storie bellissime, non per forza con il lieto fine. In questa rubrica del lunedì proveremo a ripercorrere i momenti topici del calcio partenopeo, andando a sbirciare dietro le quinte del palcoscenico verde per comprendere a fondo la magia di questo sport tanto amato. Per far capire cosa è il Napoli, cosa rappresenta per milioni di tifosi che di generazione in generazione lo venerano. Con la speranza di tramandare le sue storie, affinché non se ne perdano mai le tracce. Buona lettura.

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Fu chiamato il campionato delle stelle. Era la Serie A di quegli anni, baby: mica bruscolini. Maradona e Careca, Vialli e Mancini, Roberto Baggio, Matthaus e Klinsmann, Van Basten, Rjikaard e Gullit. Giocavano tutti in Italia, e il movimento intero ne traeva benefici. Basti pensare che la finale di Coppa Uefa di quell’anno si giocò tra Juventus e Fiorentina (vinsero i bianconeri), che il Milan alzò al cielo di Vienna la Coppa dei Campioni, e che la Sampdoria vinse la Coppa delle Coppe. E poi c’era il campionato: centinaia di miliardi investiti dai presidenti. Ma a deciderlo fu una monetina da 100 lire.

Succede tutto l’8 aprile, una domenica di quasi primavera in cui il Napoli era impegnato a Bergamo contro l’Atalanta e il Milan a Bologna. I rossoneri sopravanzavano gli azzurri di un punto, sembravano leggermente favoriti dal calendario: gli sarebbe bastato vincere due delle restanti tre partite per aggiudicarsi lo scudetto. E invece la storia iniziò a capovolgersi, proprio quella domenica.

Gli azzurri non riescono a far gol contro l’Atalanta, su un campo storicamente difficile ed ostico verso i napoletani. L’ambiente è caldissimo, soprattutto sugli spalti. Da dove, a un certo punto, viene lanciata una monetina che colpisce il centrocampista brasiliano Alemao. Il giocatore si accascia a terra, l’arbitro Agnolin porta a termine il match che però ha già il destino segnato, come da regolamento: agli azzurri verranno assegnati i due punti a tavolino, inutile il ricorso dell’Atalanta (sostenuto, anche economicamente, dal Milan). A Bologna succede contemporaneamente un pasticcio grosso così: i felsinei vanno in rete con Marronaro, ma Lanese, coperto da Baresi, non vede che la palla è entrata in porta di almeno mezzo metro e non assegna il gol. Fin qui la cronaca.

Poi iniziano i racconti, circondati ormai da un’aurea leggendaria. La settimana che seguì quei due incontri fu terribile: si disse che nel Palazzo era stato deciso di dare la vittoria a tavolino al Napoli proprio in virtù del palese errore di Lanese a Bologna. Una sorta di risarcimento, non dovuto comunque: il regolamento – che fu cambiato proprio dopo quell’episodio – parlava chiaro. Il Milan assoldò addirittura esperti di labiale, che scovarono uno strano messaggio di Carmando ad Alemao: il massaggiatore del Napoli, mentre teneva tra le braccia la testa del brasiliano, gli avrebbe detto: “Stai giù, non ti muovere”. Non solo. Ai cronisti che l’attendevano sotto l’ospedale di Bergamo dove Alemao fu condotto per gli accertamenti di rito, Ferlaino disse: “Sta male, non mi ha nemmeno riconosciuto”. Qualche anno più tardi, un giocatore dell’Atalanta che in quel momento era ricoverato proprio nello stesso ospedale, giurò di aver sentito il centrocampista brasiliano urlare di matto: “Voleva essere dimesso, diceva di non avere nulla”. Lo stesso Alemao, ironia della sorte, dopo qualche tempo indossò proprio la maglia dell’Atalanta, e disse: “Ho esagerato un po’, ma un dolorino lo avvertii”. 

La domenica successiva si tornò in campo tra le polemiche. Milan e Napoli a pari punti, rossoneri a Verona e azzurri a Bologna. La squadra di Sacchi perse partita e testa: cinque espulsi, compreso l’allenatore. I ragazzi di Bigon, guidati da un superlativo Maradona, espugnarono il Dall’Ara 4-2. E dopo sette giorni si laurearono campioni d’Italia battendo la Lazio al San Paolo grazie ad un gol di Baroni.

Per anni la storia della monetina ha tenuto banco in tutti i racconti che i protagonisti facevano di quei giorni tanto concitati. Arrigo Sacchi ancora oggi non riesce a ingoiare quel boccone amaro. Quando bastarono cento lire a battere una squadra miliardaria…

 

 

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